Qualche giorno fa ho chiesto a due amiche se volevano venire con me a una giornata di beneficenza alla stazione dei pompieri qui vicino. Speravo che l'idea le tentasse quanto tentava me: usare l'idrante, bagnarsi, giocare un pomeriggio intero senza pensarci due volte. Tutte e due si sono un po' imbarazzate. Due adulte che giocano con l'acqua come bambine sembrava chiedere loro qualcosa di più grande di un semplice video.
Mi sono accorta che mi vergognavo anch'io, solo a chiederlo. Alla fine ci sono andata da sola, con l'idea di trovare lì, tra i pompieri, qualcuno disposto a scattarmi due foto.
La voce che impariamo da bambine
Quell'imbarazzo, ci ho pensato solo dopo, non era timidezza. Era la stessa voce che impariamo presto, da bambine: fai la brava, comportati bene, non disturbare. Una voce che ci protegge quando siamo piccole e non abbiamo altre risorse, e che da adulte continuiamo a portarci dietro anche quando non serve più.
È la stessa voce che, quando resta inascoltata troppo a lungo, si prende lo spazio da sola, spesso nel momento sbagliato: un capriccio davanti al capo, un pianto improvviso a cena con amici, un silenzio pesante in una lite con chi ami. Non è mai debolezza. È solo la bambina che bussa con l'unico linguaggio che conosceva a sei anni, perché nessuno le ha insegnato un altro modo per farsi sentire. E quando la lasciamo bussare a vuoto troppo a lungo, non si addormentano solo i capricci: si assopisce anche l'idea nuova che non arriva, la voglia di provare, quel guizzo di vitalità che da bambine sentivamo senza doverlo cercare.
Con le donne che seguo in terapia, è un pezzo di percorso che rifacciamo spesso, piano: dare finalmente ascolto e considerazione ai bisogni che quella bambina non ha mai visto soddisfatti, e imparare a soddisfarli oggi, da adulte, invece di aspettare che arrivi qualcun altro a farlo.
Il pompiere che non ha mai smesso di inseguire il suo sogno da bambino
Quando sono arrivata alla stazione, scherzando con un pompiere dopo l'altro, ho detto che avevo portato con me la mia bambina interiore. Nessuno ha avuto bisogno di spiegazioni. Uno di loro mi ha detto che è esattamente per questo che fa quel lavoro: perché da bambino sognava di salvare le persone, e non ha mai smesso di inseguire quel sogno. Mi è rimasta addosso quella frase. C'è chi, crescendo, non ha mai dovuto corazzare del tutto la parte di sé che sogna a occhi aperti, e la vita che ne esce sembra avere un colore diverso.
Genitori che giocano con la scusa dei figli
In coda per il mio turno all'idrante, bagnata fradicia, ho notato una cosa. Nessuno si lamentava. Tutti ridevano, si spingevano leggeri verso l'acqua, e molti genitori chiedevano di provarlo loro stessi, con la scusa di accompagnare i figli. Con la complicità di essere genitori, si concedevano di giocare senza doverselo giustificare fino in fondo.
Mi sono chiesta se ci serva davvero una scusa, un evento di beneficenza, un figlio a fianco, un ruolo che ci autorizzi, per lasciare uscire a giocare la nostra bambina. Mi sono chiesta anche se congelare quella spontaneità, tenerla ferma dentro, sia in realtà una delle difese più antiche che conosciamo: contro la libertà di essere davvero noi stesse, quella che fa girare la testa quanto una vertigine, più che contro il giudizio di chi guarda. Riprendersela, allora, senza aspettare il permesso di nessuno, non è un capriccio. È un atto di libertà.
Il momento al volante
C'è stato un momento, quel giorno, seduta al posto di guida di uno dei loro camion, mano sul volante, una risata che non riuscivo a trattenere, in cui ho sentito con chiarezza chi stava guidando. Non io, la parte adulta che di solito controlla tutto, calcola le conseguenze, decide cosa è appropriato. Quel giorno il volante lo teneva la mia bambina. Io restavo lì accanto, presente, pronta a intervenire se serviva, ma senza guidare.
Ho imparato, in tanti anni di lavoro su me stessa oltre che con le altre, che quella bambina non è qualcosa che dobbiamo tornare a essere. È una parte che abbiamo, sempre, anche quando la lasciamo aspettare fuori dalla porta per mesi, per anni. Riconoscerla non significa esserne travolte. Significa lasciarle un posto a tavola: ricordarci di sorriderle più volte durante il giorno, concederle di fare le cose con i suoi tempi, magari immaginare di abbracciarla la sera prima di dormire.
Il bambino interiore e la vita lontano da casa
Per chi vive lontano da casa, credo che questo pesi un po' di più. Trasferirsi da sole in un paese nuovo, imparare una lingua, rifarsi una rete da capo, chiede tutta la parte di noi che si comporta bene, che tiene tutto insieme, che non disturba. Quella che gioca senza calcolare le conseguenze resta spesso l'ultima della lista, per anni. Forse anche la nostalgia, certe volte, non è che il bisogno di quella bambina di essere accolta così com'è, senza doversi prima tradurre in un'altra lingua.
E tu, chi vorresti portare con te, la prossima volta che ti si presenta un'occasione per giocare senza avere già pronta una scusa?
Questo articolo fa parte di Parole sulla soglia, la mia rubrica settimanale per donne italiane all'estero: arriva prima via app, ogni domenica.
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Chi è Marianna Trezza
Sono psicoterapeuta italiana a Londra, MA (Hons), Adv. Dip. Cons., MBACP: Full Member del British Association for Counselling and Psychotherapy (n. 572613), con una specializzazione in X-Cultural Adaptation Counselling, il counselling sull'adattamento tra culture, oltre a qualifiche in Therapeutic Counselling (CPCAB, City & Islington College), Advanced Hypnotherapy (GHSC/CMA, Holistic Healing College), Energy Psychology Techniques, Spiritual Life Coaching (CMA) e un Level 5 Health Coaching Diploma (CNM London, Ofqual).
Ho studiato Scienze della Comunicazione all'Università degli Studi di Salerno prima di specializzarmi in psicologia, e ho iniziato il mio percorso clinico nel duemilatré, oltre vent'anni fa, con adolescenti a Youth Reach (Greenwich), adulti vulnerabili a Mind (Tower Hamlets) e bambini a The Place2Be (Cricklewood), prima di dedicarmi alla pratica privata.
Da quattro anni conduco anche il Death Cafe mensile alla Rosslyn Hill Chapel, comunità spirituale unitariana a Hampstead. Offro counselling, ipnoterapia e health coaching in italiano, inglese e napoletano: a Londra, anche come Walk and Talk a Hampstead Heath, oppure online, per donne italiane all'estero in qualsiasi parte del mondo, e per chiunque viva la sfida del burnout, della solitudine e dell'appartenenza lontano da casa.




