Le ciliegie per me non sono mai state solo un frutto.
Sono una stagione intera della mia vita.
Ricordo ancora gli enormi ciliegi della campagna dove sono cresciuta.
Così alti che da bambina volevo salirci ma non riuscivo.
Mio nonno, mio padre e mio zio raccoglievano le ciliegie in alto, tra i rami più estesi, mentre io rimanevo sotto gli alberi con mia sorella e i miei cugini.
E lì sotto succedeva il nostro piccolo mondo.
Ci mettevamo le ciliegie sulle orecchie come orecchini.
Ci dipingevamo le gambe, le braccia, il corpo con quel rosso intenso.

Ricordo ancora la sensazione fresca e piacevole del succo sulla pelle.
Ricordo il dolce quasi senza limite delle ciliegie mature.

E ricordo anche i mal di pancia, perché ne mangiavo troppe.
Quando finalmente potei salire anch'io
Poi sono cresciuta anch’io.
Finalmente abbastanza grande da raccoglierle.
Ma i ciliegi continuavano a essere altissimi e un po’ pericolosi.
Mio padre prendeva il rischio e mi lasciava salire solo fino a un certo punto.
Ma io volevo andare oltre.
Volevo arrivare ai rami più lontani, quelli più estesi, perché spesso erano proprio lì le ciliegie più rosse, più dolci, più succulente.
E col tempo imparai qualcosa.
Che per arrivare lontano sui rami non potevo essere rigida.
Avevo imparato a seguire la direzione del vento, perché in quella direzione i rami non si spezzavano.
Avevo imparato la flessibilità dei ciliegi.
Una lezione che è andata oltre gli alberi
Più tardi capii che quella era anche una lezione sulla vita.
Forzare spezza.
La rigidità spezza.
Mentre la flessibilità, l’adattabilità, la resilienza, la capacità di estendersi fuori dalla comfort zone permettono di arrivare alle ciliegie più dolci.
Le ciliegie mi hanno seguito fino in Inghilterra
Anni dopo, quando venni in Inghilterra, continuai a seguire quella stagione.
Per un periodo affittavo addirittura un albero per l’estate e andavo a raccogliere le ciliegie lì.
E ancora oggi, quando arrivano al mercato dei contadini, le aspetto con la stessa emozione di allora.
Quelle buone del Kent, quelle coltivate da Michael, arrivano solo per cinque o sei settimane.
E io continuo a comprarne cassette intere.
Continuo a mangiarne troppe.
A volte continuo persino ad avere mal di pancia.
Questa lezione non l’ho ancora imparata.
E forse va bene così.

La bambina che ero lo sapeva già
Nei miei studi ho poi imparato che le ciliegie sono antinfiammatorie.
Che la vitamina C e il potassio aiutano il cuore e la pressione sanguigna.
Che combattono i radicali liberi.
Ma in realtà la bambina che ero lo sapeva già.
Lo sapeva con i sensi.
Con l’intuizione.
Sapeva che quelle ciliegie facevano bene al cuore perché tutto attorno a loro era gioia.
La sapienza delle stagioni
La gioia dell’attesa.
La gioia del rosso che lentamente appariva sui frutti.

La gioia di vedere tutta la famiglia riunirsi insieme nel momento giusto per raccoglierle.
Perché la natura non si faceva mettere fretta.
Non importava quanto fossimo impazienti.
Le ciliegie maturavano solo quando erano pronte.
E forse è proprio questo che mi hanno insegnato.
Che le cose più dolci richiedono tempo.
Che la maturazione non si forza.
Che c’è una sapienza profonda nelle stagioni.
Quando il tempo giusto arriva
Ricordo ancora mio padre che raccoglieva le ciliegie cantando canzoni popolari antichissime, canzoni che sembravano arrivare dalla notte dei tempi.
Cantava solo durante la raccolta delle ciliegie.
Forse perché anche lui sentiva quella gioia difficile da spiegare.
Quella gioia che arriva quando una stagione finalmente matura.
Quando il tempo giusto è arrivato.
Quando la terra offre il suo dolce senza più trattenerlo.

E forse appartenere significa anche questo
Avere luoghi, stagioni e sapori che continuano a maturare dentro di noi per tutta la vita.



